Anno: 2016

  • Zuppa di castagne e funghi, ecco come prepararla

    Zuppa di castagne e funghi, ecco come prepararla

    IngredientiZuppa di funghi e castagne

    4 etti di castagne, una fetta di pancetta tesa alta un dito, quattro porcini piccoli o una manciata di finferli, cipolla, sedano, carota, prezzemolo tritato, olio e pepe

    Fate soffriggere in una pentola, nell’olio, mezza cipolla e le fetta di pancetta tagliata a pezzettoni. Pulite i funghi (non vanno lavati) farli, nel caso dei porcini, a pezzi e unirli al soffritto facendoli cuocere appena salandoli.

    Mettete nella pentola le castagne, un litro di acqua calda, la mezza cipolla rimasta, il sedano, una carotina, il sale.

    Lasciate cuocere sino a quando le castagne non iniziano a disfarsi addensando la zuppa.

    A fine cottura spolverate con del prezzemolo tritato. A chi piace peperoncino.

    Servite con delle fette di pane raffermo.

  • Castagnaccio, ingredienti e preparazione del dolce genovese

    Castagnaccio, ingredienti e preparazione del dolce genovese

    Il castagnaccioForse non tutti sanno che il castagnaccio ha anche origini liguri, oltre che le più note provenienze toscane. Era infatti un piatto povero preparato dai contadini dell’Appennino  che utilizzavano le castagne come base dell’alimentazione.

    Ingredienti:

    -500 g farina di castagne, 70 gr uva passa, 40 gr pinoli, 1 cucchiaino di semi di finocchio selvatico, 1 dl di olio extravergine di oliva, sale.

    Ammollate in acqua tiepida l’uvetta e sgocciolatela dopo 10 minuti, asciugandola con un canovaccio. Intanto,  passate al setaccio la farina di castagne e versatela in una ciotola ampia, aggiungete un pizzico di sale, e aiutandovi con un cucchiaio di legno aggiungete tanta acqua per ottenere un impasto scorrevole, quasi liquido.

    Unite 1/2 dl  d’olio, mescolate più volte e lasciate riposare il tutto per alcune ore.

    Ungete una teglia rotonda dai bordi non molto alti, versatevi l’impasto, quindi versate sopra l’uvetta, i pinoli e i semi di finocchio. Cuocete in forno già caldo a 180°, per circa 30 minuti.

     

    Servite il castagnaccio caldo o freddo, tagliato a fette.

  • Allerta rossa, chiusi scuole, musei, cimiteri, parchi e cantieri. No manifestazioni all’aperto

    Allerta rossa, chiusi scuole, musei, cimiteri, parchi e cantieri. No manifestazioni all’aperto

    allertaIl Coc, Centro Operativo Comunale, si è riunito oggi alle ore 14 e, sulla base del bollettino meteo fornito da Arpal e della conseguente dichiarazione dello stato di allerta rossa idrogeologica / idraulica per piogge diffuse e temporali sul territorio del Comune di Genova dalle ore 6 di giovedì 24 alle ore 6 di venerdì 25 novembre, ha messo in atto le azioni previste dal Piano comunale di emergenza per la gestione del rischio meteo-idrogeologico.

    Il Coc ha assunto i seguenti provvedimenti validi sino a cessata allerta rossa:

    –     chiusura delle scuole di ogni ordine e grado

    –     chiusura dei musei civici

    –     chiusura delle biblioteche

    –     sospensione dei mercati rionali all’aperto

    –     chiusura degli impianti sportivi pubblici e privati

    –     chiusura dei parchi e dei giardini pubblici

    –     chiusura dei cimiteri. Verrà assicurata la ricezione dei servizi funebri

    –     sospensione di qualsiasi manifestazione ed evento all’aperto

    –     chiusura dei sottopassi pedonali di piazza Montano, via Borgo Incrociati, piazza Rizzolio/via Gattorno, piazza Porticciolo, piazzale Kennedy/viale Brigate Partigiane, piazza Massena

    –     chiusura dei centri socio – educativi, centri di aggregazione e attività educative territoriali per minori in città e di tutte le attività educative individuali e di gruppo comprese nei Centri Servizi Famiglie dei Municipi, fatti salvi casi eccezionali di intervento a domicilio valutati insospendibili dal Servizio Sociale pubblico.

    –     chiusura dei Centri di riabilitazione di persone disabili disposta dalla Asl 3 genovese.

    –     sospensione del trasporto individualizzato ai centri di riabilitazione di persone disabili. Rimane attivo il trasporto verso i luoghi di lavoro


    Sono state inoltre adottate misure che riguardano la
     mobilità:

    –       limitazione del servizio della Metropolitana sino a cessata allerta. Il servizio verrà assicurato nella tratta Brin-De Ferrari. Per tutta la durata dell’allerta rossa resterà chiusa la stazione metro di Brignole

    –       chiusura degli ascensori del sottopasso ferroviario di Sestri Ponente (via Puccini)

    –       chiusura dell’ascensore di Quezzi

    –       chiusura dell’esercizio ferroviario Genova-Casella. Verrà garantito un servizio sostitutivo compatibilmente con le condizioni viarie

    –       chiusura fino a cessata allerta della Galleria Pizzo sulla strada statale Aurelia

    –       divieto di sosta in via Pontetti

    –       Tutti i possessori di tagliandi Blu Area A, B, C, R e T, esclusivamente nei casi in cui tali zone siano state opzionate come prima scelta (es. AL – CF – CG ecc.), hanno diritto a parcheggiare gratuitamente in tutte le zone Blu Area, a partire da 3 ore prima della decorrenza dell’allerta e fino alle ore 12 del giorno successivo della cessata allerta.

    Quanto sopra è valido anche per i residenti di zona via Fereggiano / corso De Stefanis non in possesso di contrassegno Blu Area esponendo copia della carta di circolazione.

    È stato deciso il potenziamento del presidio territoriale della Polizia municipale con 4 pattuglie dedicate al monitoraggio dei rivi per ogni turno, che vanno ad aggiungersi al servizio ordinario. Dalle ore 6 di giovedì 24 novembre sono previste 4 pattuglie di monitoraggio rivi per ogni turno, 9 pattuglie di pronto impiego per ciascun turno e ulteriori 16 pattuglie per presidio della viabilità e pronto impiego in caso di necessità.

    Attivate inoltre 18 squadre di volontariato di protezione civile.

    Chiuso il guado di via Veilino, presidiate e monitorate via Pontetti e via Gallesi.

    Le direzioni del Comune di Genova, i Municipi e le Aziende (Aster, Amiu e Amt) hanno attivato i piani di emergenza previsti per lo stato di allerta rossa.

    È stata disposta la chiusura e la messa in sicurezza di tutti i cantieri.

    Il Comune di Genova ricorda che, durante il periodo di allerta meteo idrologica, i cittadini sono tenuti ad adottare, in tutta la città, i comportamenti di autoprotezione. Tutte le ordinanze e le norme di autoprotezione sono disponibili sul sito www.comune.genova.it.

    Prima dell’entrata in vigore dell’allerta:

    • predisporre paratie a protezione dei locali al piano strada, chiudere le porte di cantine e seminterrati e salvaguardare i beni mobili che si trovano in locali allagabili;
    • porre al sicuro i propri veicoli in zone non raggiungibili dall’allagamento;

    Durante l’allerta:

    • limitare gli spostamenti a esigenze di effettiva necessità;
    • tenersi aggiornati sull’evolversi della situazione e prestare attenzione alle indicazioni fornite dalle Autorità, da radio, tv e tutte le altre fonti di informazione.

    Le informazioni e gli aggiornamenti ufficiali sono divulgati attraverso: pannelli luminosi stradali disposti lungo la viabilità principale e paline alle fermate Amt; sito del Centro Funzionale di Protezione Civile della Regione Liguria (www.allertaliguria.gov.it); sito del Comune di Genova (http://www.comune.genova.it/servizi/protezionecivile); servizio gratuito di allerta meteo via sms.

    Per iscriversi al servizio gratuito di allerta meteo inviare un sms dal proprio cellulare con il testo “allertameteo on” al numero 3399941051, oppure effettuare l’iscrizione on line su http://segnalazionisms.comune.genova.it.

    Per ottenere informazioni più dettagliate e ampie si consiglia anche di scaricare la APP gratuita “Io non rischio”. Per accedere all’applicazione via web digitare sul device iononrischio.comune.genova.it.

    Per tutta la durata dell’allerta sarà attiva la sala di emergenza della Protezione Civile del Comune di Genova e sarà attivo il numero verde della Protezione Civile del Comune di Genova 800177797.

    Intanto, la Regione Liguria fa sapere che domani la Sala della Trasparenza nella sede di piazza De Ferrari a Genova rimarrà aperta con un presidio fisso dell’ufficio stampa a disposizione dei giornalisti e dei cittadini a partire dalle 8 per dare tutte le informazioni utili. Nel corso della giornata, aggiornamenti in tempo reale delle condizioni meteo attraverso i profili social e il siti istituzionali dell’ente e e di Arpal. Infine, nella sede della Protezione civile regionale, presidiata dall’assessore Giacomo Giampedrone per tutta la durata dell’allerta, saranno organizzati incontri dedicati alla stampa per fornire aggiornamenti sull’andamento dell’allerta.

  • Allerta Rossa dalle 6 di giovedì per 24 ore. Scuole chiuse a Genova, Savona e Imperia

    Allerta Rossa dalle 6 di giovedì per 24 ore. Scuole chiuse a Genova, Savona e Imperia

    r_r_g_r_aAllerta rossa dalle 21 di questa sera sull’estremo ponente ligure dal confine con la Francia fino a Capo Noli, e su Savona e Genova dalle 6 di domani mattina, giovedì 24 novembre. Scuole certamente chiuse domani in tutti questi territori. Sullo spezzino, invece, allerta gialla dalle 12 di domani e arancione nell’entroterra dalle 21 di questa sera; allerta rossa nell’entroterra di savonese e imperiese dalle 9 di domani mattina. Sono i nuovi stati di allerta meteo sulla Liguria validi almeno fino alle 6 di venerdì 25 novembre. Leggera tregua, invece, per la giornata odierna. Dalle 12 di oggi, infatti, vige allerta gialla dal confine con la Francia a Portofino, verde sulla costa e nell’entroterra nello spezzino, arancione nell’entroterra dell’imperiese e savonese

    Le preoccupazioni di Arpal

    Nelle ultime 30 ore in alcune zone della Liguria è caduta più pioggia rispetto all’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e agli eventi del 2010 e 2014. Dalle 19 di lunedì 21 novembre, infatti, nella centrale di Fiorino (frazione di Voltri, nell’entroterra genovese) sono stati registrati 605 millimetri di pioggia, quantità storicamente superata a Genova solo nell’alluvione del 1970. «In 12 ore – spiega Federico Grasso di Arpal all’agenzia Dire – è piovuto più ieri che nell’alluvione del 4 novembre 2011: tra Val Cerusa e Valle Stura, con acqua caduta in parte verso il mar Ligure e in parte verso il bacino padano, sono scesi 417 millimetri di pioggia. Se le piogge fossero cadute una decina di chilometri più vicino al centro di Genova, probabilmente staremmo parlando di uno scenario decisamente peggiore». Il peggioramento delle condizioni con i relativi stati di allerta rossa che scatteranno progressivamente a partire dalle 21 di questa sera sono dovuti alla previsione di piogge molto intense nell’imperiese; più moderate nel genovese e savonese dove però il terreno è già saturo.

    saturazione-terreno-0600Le previsioni meteo

    Secondo i dati raccolti da Arpal oggi continueranno le piogge persistenti nelle zone A e D, con probabili temporali e forte vento. Giovedì è previsto un peggioramento complessivo su tutto il territorio regionale, con quantitativi particolarmente elevati nell’imperiese. Anche nelle zone B e D sono previsti forti temporali, già abbondantemente colpite da forti piogge nelle scorse ore. La perturbazione durerà tutto la giornata di giovedì 24, con qualche prima tregua venerdi mattina, anche se nel pomeriggio potrebbero verificarsi ulteriori fenomeni intensi su Genova. Durante tutto la durata dell’allerta, sarà consultabile il monitoraggio della situazione sul sito web di Arpal

  • Rifiuti e acqua, i commercianti di Genova pagano il 50% in più rispetto al resto d’Italia

    Rifiuti e acqua, i commercianti di Genova pagano il 50% in più rispetto al resto d’Italia

    AmiuA Genova le piccole e medie imprese spendono per acqua pubblica e tariffa dei rifiuti in media il 50% in più del resto d’Italia. Il dato, riporta l’agenzia Dire, emerge dal rapporto 2016 sui rifiuti urbani urbani e l’acqua potabile a cura dell’Osservatorio tariffe per la Liguria, realizzato da Ref Ricerche e presentato questa mattina alla Camera di Commercio del capoluogo ligure. Il caro tariffe conferma una tendenza storica: dal 2010 al 2016, a fronte di una crescita dell’inflazione regionale del 9%, il costo dei servizi locali è aumentato in Liguria del 29% per i rifiuti e del 39% per l’acqua; aumenti percentualmente più contenuti rispetto alla media nazionale che, negli ultimi 6 anni, a fronte di un +8,6% di inflazione, ha visto crescere del 55% il costo per il servizio idrico integrato e del 26,3% quello per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

    Nei primi 9 mesi del 2016, Genova risulta il quarto capoluogo di Regione per aumento delle tariffe (pari merito con l’Aquila e dietro solo ad Aosta, Ancona e Bari): la media complessiva è di +1,9%, pari a 0,6 punti percentuali in più rispetto al dato nazionale; in particolare, la tariffa sui rifiuti è cresciuta dell’1,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+0,8% della media italiana) e quella dell’acqua potabile del 5,8% (+1,6% del resto del paese). Uno dei dati più eclatanti emersi dalla ricerca riguarda la tariffa dei rifiuti a carico dei ristoranti: anche in questo caso, Genova è il quarto capoluogo più caro d’Italia con un conto annuale di 7.390 euro contro i 5.200 euro della media nazionale, dietro solo a Venezia, Roma e Napoli.
    A livello regionale, inoltre, va registrata la grande variabilità di costi tra le diverse tipologie di impresa e tra Comune e Comune: a parità di consumi, un alberto paga 5.049 euro a Imperia e 10.291 euro alla Spezia, mentre un esercizio alimentare varia dai 25.940 nello spezzino agli 11.246 euro nell’imperiese.

    Secondo la ricerca presentata alla Camera di Commercio di Genova, bollette così alte non sono giustificate dalla qualità del servizio: la raccolta differenziata, infatti, raggiunge una media regionale del 35%, la più bassa del Nord Italia, 10 punti sotto il dato nazionale e ben 30 rispetto alle eccellenze di Veneto e Trentino Alto Adige.

    Sul fronte dell’acqua potabile, infine, la bolletta delle famiglie genovesi e spezzine resta più alta rispetto alla media italiana (più bassa invece quella nelle province di Savona e Imperia) ma va considerato l’avvio del processo di ammodernamento della rete che, tuttavia, risulta ancora insufficiente: l’analisi, infatti, ribadisce la necessità di un piano di interventi con una spesa procapite almeno di 90 euro, ma le previsioni tra il 2016 e il 2019 parlano di una quota non superiore ai 50 euro.

    Primo dicembre incontro sindaco-esercenti su Tari 2017

     

    «Il primo dicembre ci sarà un incontro importante delle associazioni di categoria con il sindaco e gli assessori perché le prospettive rispetto al 2017 per la tassa sui rifiuti degli esercizi commerciali sono particolarmente pesanti, con bollette ancora più salate per le attività economiche». Lo annuncia Andrea Dameri, direttore Confesercenti Genova, a margine della presentazione del rapporto 2016 sui rifiuti urbani urbani e l’acqua potabile, questa mattina nella sede della Camera di Commercio del capoluogo ligure, come riporta l’agenzia Dire. «Ci sono alcuni problemi strutturali che vanno affrontati – ricorda Dameri – il primo ovviamente è quello relativo agli impianti sia per quanto riguarda il futuro della discarica di Scarpino che per la raccolta differenziata. Poi c’è il tema dell’operazione Iren-Amiu perché questo capitolo pesa enormemente sui costi delle imprese e dobbiamo trovare una soluzione definitiva e non elemosinare ogni anno cercando di far quadrare conti che non tornano più».

    Il problema non riguarda però solo la tariffa sui rifiuti: «A questa – ricorda il direttore di Confesercenti Genova – si aggiungono i costi per le altre utenze, come il servizio idrico: c’è un gap fortissimo tra il costo di fare impresa in Liguria e la media italiana, un fardello che i nostri imprenditori si devono portare dietro e che, in una situazione di crisi e grande competizione, è un elemento di grande criticità che va assolutamente affrontato. L’unico tessuto che regge è quello legato ai flussi turistici ma non basta per portare avanti una città di queste dimensioni».

    Un concetto rafforzato anche dal segretario generale della Camera di Commercio di Genova, Maurizio Caviglia: «Il vero problema – ribadisce – è che noi da parecchi anni tentiamo di svolgere un’attività di moral suasion ma non abbiamo ottenuto grandi risultati perché tutti gli anni continuiamo a vedere che i nostri imprenditori stanno pagando più degli altri. Questo vuol dire penalizzare le nostre imprese e metterle in condizione di avere maggiori costi rispetto ai loro concorrenti di altri territori».

  • Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Paolo-ceccarelliNei giorni scorsi Genova ha ospitato i lavori di “Heritage”, un convegno internazionale focalizzato sui percorsi in atto, o in progetto, finalizzati alla conservazione del patrimonio storico e culturale; il passato, infatti, ci ha lasciato una enorme eredità, preziosa quanto ingombrante, che oggi dobbiamo curare e mantenere, anche in un contesto economico depresso come quello congiunturale. In mancanza di risorse, il pubblico cerca l’aiuto del privato, sponsorizzando progetti, collaborazioni o, purtroppo, svendite. Sull’argomento è intervenuto Paolo Ceccarelli, architetto urbanista, coordinatore Unesco per le cattedre universitarie: secondo il professore, sempre più spesso lo stato o comunque la cosa pubblica si limita ad accudire il patrimonio, come fosse una badante, sperando di poter sfruttarne il valore economico.

    Professore, partiamo proprio da questo concetto: qual è lo stato dell’arte della conservazione del patrimonio culturale e storico del nostro paese e di Genova?
    «Oggi penso che ci sia un problema di fondo che dobbiamo affrontare ed è il modo in cui ci poniamo rispetto alla conservazione del patrimonio: noi un poco alla volta, per motivi diversi, d’ istruzione, di trasformazione della nostra società, di estraneità rispetto a tutta una serie di processi, abbiamo assunto una atteggiamento che ricorda il comportamento delle badanti piuttosto che quello di un figlio, di un congiunto, di un parente stretto nei confronti di una persona anziana. Intendiamoci, la badante è una persona civilissima, premurosa, attenta alle necessità di una persona che ha dei problemi legati alla vecchiaia e in qualche modo alla sua conservazione della dignità; ma è anche una persona del tutto estranea, che lo fa professionalmente, con attenzione e garbo, e spesso in modo felice, rimanendo estranea alla persona di cui si occupa, con un rapporto limitato nel tempo, a cui segue un altro e così via. Questo è un po’ l’atteggiamento che noi abbiamo nei confronti del nostro patrimonio storico: ce ne occupiamo, facciamo una serie di cose civili per mantenerlo, ma tutto sommato non siamo interessati ad andare più a fondo, a capire il suo reale significato, soprattutto il suo significato rispetto all’oggi, ai noi stessi, al contemporaneo».

    Questa tendenza a cosa può portare?
    «A ricercare un significato di tipo puramente ed esclusivamente economico, cioè conservare un bene solamente perché può produrre reddito attraendo il turismo, oppure valorizzandone solamente il lato estetico: è bello da vedere e quindi ci riempie l’animo di gioia e orgoglio. Il significato di un manufatto, però va oltre: non bisogna perdere di vista l’importanza che ha avuto in un certo momento per la storia e perché e come ha significato idee nuove, affermazioni di valori, o anche cose reazionarie, elementi bigotti, ma comunque svolgendo un ruolo, una funzione molto precisa. Se noi non entriamo in sintonia con queste cose, e non riusciamo a farle riemergere, non riusciremo ad istituire un rapporto corretto con il nostro patrimonio, tenderemo ad allargare la nostra capacità di conservarlo, di mantenerlo in buone condizioni, ma in modo del tutto indifferente al suo reale significato, e questa è una perdita gravissima perché in realtà la storia e la memoria servono per produrre nuove idee non per contemplare delle cose morte».

    Spesso però le risorse non si trovano, o per lo meno, la politica non riesce a trovarle…
    «Penso che sia un problema politico e culturale al tempo stesso, cioè i soldi si trovano per delle cose che sono appariscenti, ma anche i restauri dovrebbero essere considerati grandi opere, come le conservazioni. Spesso alcune opere sono lasciate a se stesse perché sono meno attraenti, suscitano meno curiosità, non sono la grande cosa da ammirare o far ammirare al turista: la storia italiana, però, è stata fatta spesso di cose poco vistose che hanno avuto un grandissimo significato culturale in quel determinato momento; ci sono pezzi nell’architettura di ricerca, ci sono state delle aperture di nuove linee di lavoro che hanno reso la cultura italiana particolarmente importante in certi momenti della storia recente ma per questi non si trovano i soldi. Le risorse si trovano per il monumento appunto che da prestigio: non è solo il Ponte di Messina, ma anche in parte il restauro del Colosseo, fatto esclusivamente per attirare masse di turisti, e per farne un elemento di invidia per tutto il resto del mondo. Questo è un atteggiamento che credo sia sbagliato: la trasformazione del bene culturale di una sorta di merce, rendendolo un bene da far fruttare piuttosto che un bene da conservare perché insegna delle cose. Credo che sia un discorso di tipo politico e culturale perché i soldi probabilmente in certi casi si potrebbe trovare o ci si potrebbe limitare a forme di manutenzione più leggera, ma che tengano in piedi queste le opere, senza poi dover ricorrere a grandi interventi strutturali».

    Scelte politiche che sono prese da una classe dirigente che spesso si trova in difficoltà sulle scelte che riguardano lo sterminato patrimonio a disposizione. Come potrebbero muoversi diversamente?
    «Secondo me, la politica dovrebbe iniziare a pensare di utilizzare il patrimonio non solo come una risorsa da bilancio, ma anche come uno stimolo, un incentivo fortissimo ad andare avanti nel creare altre cose. Sembra preoccupante il fatto che l’Italia scopra come alternativa a quella che è stata in altri momenti la industrializzazione, le trasformazioni economiche sociali ed economiche, l’utilizzazione del patrimonio solamente a fini turistici».

    Perché questa cosa è preoccupante? Forse finalmente in molte realtà post industriali, come Genova, stanno cambiando parametri culturali…
    «Perché questa è una cosa che non produce nulla. Certo, porta un po’ di soldi, che sono utili anche quelli, ma non serve ad andare più avanti, a inventare altre cose. Voglio dire, noi abbiamo un brodo di cultura che potrebbe permettere veramente di avere degli stimoli fortissimi ad immaginare il futuro, perché siamo, e lo siamo da secoli, in una sorta di grande laboratorio di trasformazioni, contaminazioni e anche di “pasticci” che hanno prodotto cose importanti. Credo che il punto sia questo: i politici dovrebbero più attentamente considerare la questione, perché la materia c’è, ma si tratta di utilizzarla nel modo intelligente».

    Intende per arrivare a nuovi “monumenti”?
    «Si e no. Nel senso che alle volte ci sono alcune architetture contemporanee che sono soprattutto vistose, non belle ma appariscenti, mentre ce ne sono altre che lo sono meno ma che diventano estremamente significative. Non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha dato alcuni dei maggiori contribuiti all’arte contemporanea, al design, che sono diventate delle assolute eccellenze. Oggi, credo che ci sia un’idea un po’ diversa rispetto al passato di che cosa possa essere il monumentale: oggi l’architettura monumentale sta nel recupero degli spazi pubblici, cosa che ha un significato equivalente alla costruzione del un grande palazzo di un tempo. La società richiede rapporti di tipo differente e quindi, da questo punto di vista, l’architettura celebrativa, quella che in qualche modo ricorderebbe il monumento del passato, spesso è la meno interessante, fatta ormai per questioni di puro marchio; tanti brand da vendere rapidamente per poi essere dimenticati e persi».

    Nicola Giordanella

  • Vespasiani, a Genova si può fare “pipì” gratis in 117 bagni pubblici. Ecco la mappa, quartiere per quartiere

    Vespasiani, a Genova si può fare “pipì” gratis in 117 bagni pubblici. Ecco la mappa, quartiere per quartiere

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    Vespasiano, lurido e fetente angolo di mondo dedicato alla minzione maschile, io ti amo. Da sempre il cesso pubblico suscita in me un sentimento di rispetto e ammirazione, innanzitutto per la sua forte funzione sociale, sintetizza in sé l’egualitarismo e la democrazia: è un servizio pubblico gratuito per uomini di tutte le età, etnie, religioni ed estrazioni sociali. Nei momenti di incontenibile bisogno, scorgerne uno in lontananza è come trovare un cadeau inaspettato la mattina appena sveglio. Il vespasiano è il lato oscuro e deviato dei cartigli del bacio perugina, una bacheca gratuita a cielo aperto dove poter leggere l’aforisma del giorno, le diverse dichiarazioni di amore etero e non, l’invito a partecipare a pratiche sessuali all’avanguardia.

    Il vespasiano è da sempre una vetrina sui lati chiaroscuri del mondo, un narratore di storie, una piccola scatola del tempo. Ed è anche per questi motivi che va tutelato, salvaguardato e mantenuto. Senza i bagni pubblici, si dovrebbe ricorrere sempre alla scusa del caffè per poter utilizzare il bagno del primo bar intercettato in caso di impellente bisogno fisiologico (nella speranza di non incappare in quelli che ne sono privi o che lo dichiarano guasto).

    Purtroppo però, come ogni bene pubblico che non garantisce un introito economico ma esclusivamente una spesa per le sempre più avvizzite casse comunali, il bagno pubblico spesso si presenta in condizioni penose: intasato, allagato da liquami di origine organica e fonte di miasmi raccapriccianti che costringono l’utilizzatore a trattenere il respiro manco stesse partecipando a una gara di apnea profonda.

    La recente rimozione dei vespasiani del lato ponente di piazza Caricamento è stata allo stesso tempo una vittoria e una sconfitta per la città. Una vittoria perché quei “cessi” a cielo aperto versavano in condizioni di incuria indecente da tempo immemorabile, causando non pochi problemi ai ristoratori della zona, soprattutto a causa dei miasmi che, complice la vicinanza (non troppo sensata) con i bidoni della nettezza urbana, erano insopportabili. Nei mesi estivi, in pieno boom turistico, gli effluvi erano capaci di allontanare dai dehors dei ristoranti di Sottoripa orde di turisti famelici proprio come farebbe una boccetta di raid concentrato con un nugolo di zanzare. Non proprio un buon biglietto da visita per la città. Genova more than this verrebbe da dire. Ma la loro rimozione è stata anche una sconfitta perché, pur versando in una situazione tale da non essere più recuperabili, Genova ha perso un piccolo presidio di civiltà e un prezioso servizio pubblico per genovesi e turisti.

    La mappa dei Vespasiani di Genova

    Ma dove sono tutti questi bagni pubblici e gratuiti cittadini? Iniziamo col dire che ce ne sono ben 117 sparsi per tutta la città. Di questi sono solo 15 e maldistribuiti quelli autopulenti e si presentano come una specie di monolite di cemento in cui si ha il timore di entrare per la paura di non uscirne più. Al momento, secondo i dati forniti da Amiu, 5 vespasiani sono fuori uso temporaneamente per manutenzione: 3 classici (mercato di via della Libertà, villa Imperiale, via Bottini angolo via Isonzo) e 2 autopulenti (viale Nazario Sauro, piazzale Emilio Guerra).

    Dando un veloce sguardo d’insieme alla mappa risulta evidente come la concentrazione di questi servizi pubblici sia maggiore nelle aree più densamente popolate: il municipio Centro Est con 25 vespasiani di cui 6 autopulenti e la Media Val Bisagno con 22 ma solo due autopulenti. Ben messo anche il Municipio Levante con ben 19 strutture ma una sola autopulente. Si passa poi a Sampierdarena con 12 vespasiani di cui 2 autopulenti. Segue la Valpolcevera con 11 bagni di cui uno che si pulisce da solo e il Medio Levante con 8 di cui 3 autopulenti. Infine, i municipi Ponente, Bassa Val Bisagno e Medio Ponente rispettivamente con 9, 6 e 5 Vespasiani ma nessuno autopulente.

    Marco Castagna, presidente di Amiu, sottolinea come la manutenzione di questi bagni pubblici sia spesso un problema per i dipendenti dell’Azienda Multiservizi di Igiene Urbana: «Purtroppo la pulizia dei vespasiani è difficoltosa, nel senso che dovrebbero esserci degli addetti alla manutenzione dei bagni pubblici attivi 24 ore su 24 per garantirne una condizione decorosa, il che è ovviamente impossibile, soprattutto per quanto riguarda i vespasiani liberi, che vengono utilizzati continuamente e per tutto l’arco della giornata».

    L’amministrazione pubblica ha, infatti, deciso di continuare a puntare su questo servizio. Recentemente è stata fatta una mappatura di tutti i vespasiani operativi sul territorio di Genova (senza la quale non sarebbe probabilmente neppure stato possibile abbozzare questa mappa) con l’obiettivo di recuperare quelli in condizioni decenti e chiudere o sostituire quelli che sono arrivati al capolinea. Sembra strano (o forse no) ma fino a poco tempo fa, il Comune non conosceva il numero esatto dei vespasiani in funzione.

    Come potrete immaginare, non ci è stato possibile verificare lo stato di ciascun vespasiano in città. Per questo chiediamo la vostra collaborazione. Mandateci le foto dei bagni pubblici che avete sotto casa o che incontrate ogni giorno sul vostro cammino (via mail a redazione@erasuperba.it, sulla nostra pagina Facebook o via Twitter @EraSuperba). Così potremo completare al meglio le informazioni della mappa e aiutare il Comune a effettuare un’operazione di manutenzione e rilancio dei vespasiani funzionanti che sarebbe già nelle corde dell’assessore all’Ambiente, Italo Porcile.

    Come? Una buona idea, in caso di ristrutturazione di quelli già presenti, potrebbe essere quella di dotare i bagni pubblici di condotte di scarico più grandi e meglio protette in modo da scongiurare i dannosi intasamenti. Nel contempo, noi auguriamo ai vespasiani una lunga e prospera esistenza.

     

    Andrea Carozzi

  • Genova e le leggi anti-Movida di seicento anni fa: la secolare lotta tra ceti sociali

    Genova e le leggi anti-Movida di seicento anni fa: la secolare lotta tra ceti sociali

    medioevo-movidaA Genova impazza la movida. E’ un dato di fatto. La recente ordinanza volta a regolamentarne modi e tempi ha creato scalpore, tanto che il sindaco Doria, di fronte alle proteste degli esercenti, s’è detto disponibile a rivedere la norma, in modo da tutelare sia i residenti, sia i commercianti, sia quella massa crescente di turisti che vediamo la domenica vagare tra serrande chiuse e strade deserte (ebbene sì: pare che qualcuno non abbia ancora compreso quale sarà il futuro di questa città). D’altronde, se decidi d’abitare in un luogo che possiede circa 2500 anni di storia, devi necessariamente fare i conti col passato. Ma la movida è un’altra cosa. Bere e fare chiasso paiono aver ben poco a che fare col manufatto storico-artistico, anche se vi sarà pur un motivo per cui un luogo come il nostro centro storico esercita un fascino crescente su giovani e meno giovani. D’altra parte, si tratta degli stessi luoghi dove, grossomodo seicento anni fa, si svolgeva ben altro tipo di movida. Le recenti ordinanze anti-gozzoviglio sono paragonabili – naturalmente mutatis mutandis – ad alcune norme rientranti nel complesso più generale delle cosiddette leggi suntuarie, volte a disciplinare l’ostentazione del lusso; e ciò, per evitare contrasti tra i ceti sociali (o, forse, per evitare un’eccessiva mescolanza tra ceti?). Tali norme, infatti, non erano rivolte soltanto alle vesti e agli ornamenti, bensì anche alla conduzione di banchetti, magari in occasione di battesimi e matrimoni.

    Ordinanze e magistrature

    Austerità e decoro erano le parole d’ordine, in particolare per il nuovo Ufficio delle virtù istituito a Genova nel 1466, volto a circoscrivere i vizi, consistenti essenzialmente nell’andare a donne, nell’abbandonarsi al gioco e nell’immergersi nelle crapule. A quanto pare, tuttavia, le ordinane dell’Ufficio non apportarono giovamento alcuno, sì che, nel 1482, fu necessario procedere nuovamente alla nomina di magistrati appositi: Lodisio Centurione, Giovanni Bigna, Pietro di Persio e Giovanni Francesco Fieschi, i quali istituirono un sistema che potremmo definire delatorio, basato su qualcosa di simile alla ronda. E’ in questo periodo che compare, infatti, nel giuramento dei gonfalonieri e dei rettori delle conestagerie cittadine (per semplificare, i quartieri), la seguente formula: “Se voi saverei che in le conestagie sean zoveni discoli e mal acostumé, o altre persone le quali fessen mangiaressi o altre cose excessive e dezoneste, voi le manifesterei a lo spectabile messer lo Vicario Ducà e a lo Officio deputao”.

    Scontro generazionale

    Zoveni discoli e mal acostumé”, dunque. E il pensiero non può che ritornare all’oggi. D’altra parte, non si trattava unicamente di differenze cetuali, bensì – oggi come allora – d’uno scontro generazionale. Se l’uomo maturo era abituato a destreggiarsi tra l’amministrazione della casa, della bottega, degli affari, della cosa pubblica, degli uffici religiosi, i giovani, al contrario, ostentavano leggerezza, abbandonandosi agli ozi, agli amori, ai divertimenti e agli scherzi. E’ il caso, ad esempio – siamo in pieno Seicento – d’un gruppo di svogliati assiepati in Sottoripa, intenti a lanciare uova e bucce d’arancia ai mercanti indaffarati e a tendere cordicelle in modo da farli inciampare. Non di rado, l’obiettivo principale era la molestia: di giovani fanciulle, ovviamente. Gli esempi si sprecano. Racconta un certo Giuseppe Giovo, abitante alla Chiappella (e, cioè, nell’omonimo borgo, che si trovava ai piedi del colle di San Benigno, ora spianato; per intenderci, di fronte al Terminal Traghetti), di come quattro nobilissimi fratelli facessero “in essi contorni grossi disbaratti e spropositi, con gravi lamente di quel popolo”, impadronendosi sulla pubblica via d’una giovane donna con l’intento di sollazzarsene. La ragazza, tuttavia, riuscì a sfuggire loro di mano e, “tirando una savata, ne ferì uno di detti signori in testa”. La scena doveva essere piuttosto frequente. Secondo il nostro: “Tutto dipende dal commercio che essi signori hanno tutti quattro d’accordio con diverse cortigiane di bassa conditione habitanti ivi alla Chiappella in le case di Nicolò Vertema, con le quali tutta la notte loro signori e suoi servitori inquietano tutto quel vicinato; et ognuno dice che se da chi comanda fussero discacciate da quel luogo sarebbe cosa ottima”. Nome e cognome, dunque, e solo possiamo immaginare gli esisti dell’esposto recato ai magistrati. Insomma, eccessi a parte – ovviamente da sanzionare, e in maniera esemplare –, nulla di nuovo sotto il sole.

    Antonio Musarra

  • Marco Guidarini, il direttore d’orchestra con la bacchetta magica

    Marco Guidarini, il direttore d’orchestra con la bacchetta magica

    Marco Guidarini
    © Veronica Onofri

     

    Marco Guidarini

    Marco Guidarini, direttore d’orchestra. Marco Guidarini nasce a Genova. Oltre agli studi in lettere classiche e filosofia, studia violoncello al Conservatorio della sua città natale. La sua carriera si sviluppa rapidamente nei maggiori centri europei e dirige a Stoccolma, Copenhagen, Oslo, Ginevra, Bilbao, Valencia, Roma. Debutta alla Deutsche Oper di Berlino e allo Staatsoper di Monaco dirigendo Il Barbiere di Siviglia in entrambi i teatri. E’ particolarmente apprezzato in Francia per la sua conoscenza e interpretazione della musica di Verdi.

    [quote]Marco è un uomo elegante, dal sorriso sincero. E’ una di quelle persone che ascolteresti per ore perché ha tante cose da raccontare e ama raccontarle davanti a un bicchiere di vino bianco gelato. Raramente mi sono trovata a tavola con persone così piacevoli, interessanti e divertenti. Per il suo ritratto abbiamo scelto uno dei luoghi più belli del centro storico, il bar ristorante Cavo in vico Falamonica: un contesto perfetto per un grande direttore d’orchestra e che un po’ gli somiglia, un luogo elegante e raffinato nel cuore del centro storico più autentico.[/quote]

    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Sognavo di volare. Poi è diventato un sogno ricorrente, una melodia che riaffiora dalla memoria. Mi sarebbe anche piaciuto avere poteri magici. E una bacchetta magica. Da grande ho avuto la mia bacchetta, in qualche modo magica. Faccio il direttore d’orchestra: la musica è magia. E permette di volare a chi ascolta. Sogno realizzato».

    Che cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Amo il colore del mare, quella sensazione blu dell’aria pulita quando il vento spazza via tutto. E il silenzio improvviso di certi luoghi, l’intimità misteriosa delle crêuze. Odio la mancanza di generosità, il suo fingersi vittima degli avvenimenti, il moralismo profondo. Genova è un gatto impossibile».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «A Parigi, dove ho anche vissuto a lungo. O forse a Barcellona, che somiglia a Genova ma è un gatto felice. Credo farei più o meno le stesse cose, ma con un po’ di nostalgia in più».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Che sia una città aperta verso il Mediterraneo. Non c’è niente di più falso. Di Mediterraneo ha solo il mare».

    Tu viaggi molto per lavoro, che cosa ti manca di più di Genova quando sei lontano? E che cosa credi che manchi a Genova relativamente al tuo lavoro?
    «Ho vissuto talmente a lungo lontano da Genova, da averne costruito un pezzo dentro di me. A me mancano soprattutto i volti delle persone, il suono delle loro voci. Relativamente al mio lavoro, credo che a Genova manchi il desiderio di scommettere su se stessa e sulle persone che la amano. Il desiderio di provare a volare, insomma».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «Credo che non potremmo sfuggire a una camminata tra via Garibaldi e il Porto Antico, alla Genova dei vicoli e della nostalgia, appunto. Poi acciughe o cappon magro, pesto obbligatorio e un bianco freddissimo. La Genova degli amici segreti».


    Veronica Onofri

  • Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    carige-panoramaL’ultimo resoconto intermedio di gestione, riferito al 30 settembre 2016 e pubblicato pochi giorni fa sul sito web di Carige non porta belle notizie: la banca registra un passivo di 244 milioni e rispetto allo stesso periodo del 2015, una ulteriore flessione delle attività finanziarie intermediate, con una mancata raccolta pari a 2,9 miliardi di euro, condizionata soprattutto dal restringimento di quella diretta pari a oltre due miliardi di euro (-9,8% ). La lettura dei dati restituisce quindi una banca che si sta ridimensionando e impoverendo: una minor copertura nazionale e riduzione del personale (in un anno una diminuzione di 141 unità, per un risparmi di 33 milioni) finalizzata alla riduzione dei costi, ma che non sembra toccare il comparto dirigenziale, che registra un aumento di 4 unità.

    Tra l’incudine della borsa e il martello della Bce

    Nei giorni che hanno preceduto la pubblicazione della relazione, come è noto, ha avuto luogo un fitto carteggio tra la banca genovese e la Bce: secondo Francoforte, infatti, il piano dell’istituito per mettersi al riparo dalle criticità non è ancora sufficientemente efficace e rapido ed entro il 31 gennaio 2017 è necessario un nuovo piano industriale aggiornato e focalizzato sulla dismissione del Npl, (Non performing loans, i debiti deteriorati), sull’accrescimento della loro copertura, il contenimento dei costi e l’aumento della liquidità; la risposta di Carige non si è fatta attendere, e ha messo nero su bianco quanto già è stato fatto e quanto si sta per fare: innalzamento della copertura complessiva sui crediti deteriorati al 45,9% (cioè + 3,5% rispetto al 2015), già in linea con quanto richiesto dalla banca centrale (45%), e una riduzione delle spese di gestione accompagnato da un aumento della liquidità in cassa. Le criticità, però, riguardano soprattutto gli anni successivi: i dubbi sollevati dalla Bce hanno depresso il titolo in borsa, che in queste ore è tornato a sfiorare il minimo storico registrato nel luglio scorso (0,277 euro a titolo); un ribasso guidato dall’incertezza sul capitale dell’istituto, rimasta la grande incognita che appesantisce le previsioni di medio termine. L’ipotesi della necessità di un nuovo aumento di capitale è sempre incombente: come riporta Milano Finanza, secondo gli esperti di Ubs, le debolezze dei ricavi condizionano un taglio delle stime di utile per azione per il triennio 2016-2016 del -10%, ed una riduzione delle stime dei ricavi derivanti dai margini di interesse e commissioni (cioè il guadagno dal prestar denaro attraverso mutui o prodotti a debito) del -4%.

    Meno dipendenti, più dirigenti

    Come dicevamo la raccolta diretta è in calo e di fronte alle pressanti richieste che arrivano da Francoforte e allo stress borsistico, i vertici di Carige sembrano temporeggiare: il piano di consolidamento dell’istituto, per ora, passa da un contenimento dei costi incentrato sul risparmio di gestione, con una contrazione della presenza sul territorio e una dismissione di personale dipendente: a fine settembre 2016, il personale del Gruppo è pari a 4.893 unità (5.034 a dicembre 2015), con un risparmio di poco più di 30 milioni di euro; non molto, quindi. I sindacati da mesi sono sul piede di guerra in attesa che siano chiariti i tagli delle filiali e dei dipendenti; un dato che tarda ad arrivare, la cui latenza è appesantita dal fatto che, invece, negli ultimi 12 mesi il numero di dirigenti è aumentato da 63 a 67 unità. La banca, inoltre, per far fronte alle richieste di copertura del debito, sta rispondendo alla «necessità di presidiare in primis la liquidità», che per il territorio vuol dire meno accesso al credito, cioè meno soldi per eventuali investimenti. Austerità, in altre parole.

    In queste ore le vicende giudiziarie degli ex vertici della banca riempiono le pagine dei giornali, ma al di là di eventuali sentenze, rimarrà difficile capire la reale ricaduta territoriale del danno fatto. La nuova amministrazione di Carige sta tergiversando, ed è probabilmente l’unica cosa che può fare in questo momento: sulla carta la strategia studiata per ridurre la quota di Npl può funzionare, ma sarà il mercato a dare il verdetto finale. In alternativa rimane un nuovo aumento di capitale, che però potrebbe far crollare ulteriormente il titolo, creando una corsa alla vendita da “colpo di grazia”; questa eventualità spalancherebbe le porte alla fusione bancaria, con conseguenti tagli di personale e filiali: l’ultimo atto della secolare “Banca di Genova”.

    Nicola Giordanella

  • “La dodicesima notte”, la tragicommedia di Shakespeare al Teatro della Corte fino al 27 novembre

    “La dodicesima notte”, la tragicommedia di Shakespeare al Teatro della Corte fino al 27 novembre

    © MaritatiIl teatro inglese, già “legalizzato” e protetto dalla regina Maria Tudor, giunge alla massima diffusione sotto la grande Elisabetta. Il primo teatro regolare si instaura a Londra nel 1576; nascono in breve i teatri del Globo, della Rosa, della Fortuna e, alla fine del regno elisabettiano, se ne contano undici. Sono teatri cortile, teatri taverna, dove le parti femminili sono ancora interpretate, come nel teatro antico, da giovani uomini: nel frattempo le produzioni sono intense nel numero e nelle elaborazioni.

    In questo contesto, William Shakespeare (1564 – 1616) approda a Londra a ventidue anni, dalla cittadina natale di Stratford ed entra al Globo da attore secondario, con il compito aggiuntivo di copiare vecchi testi. E mentre li copia, li studia, li rielabora, fino a produrne di originali.
    Da lui prende avvio un teatro contrapposto alle antiche strutture classiche, libero da regole, con un linguaggio che mescola poesia e prosa, cultura e popolare realismo.
    Nonostante gli studiosi dividano la sua produzione in drammi storici (es. Enrico V), tragedie (es. Amleto) e commedie, con Shakespeare convivono nello stesso testo il tragico ed il comico, il positivo ed il negativo della complessità della natura umana, sempre osservata e mai giudicata.

    Nello svolgimento de “La dodicesima notte prevale il tocco leggero e brillante del fantastico sognatore, moltiplicatore di ambiguità esistenziali e musico della parola, uno stile in cui la Germania dello Sturm und Drang riconoscerà parte dei propri ideali, l’impeto irrefrenabile, la supposta sregolatezza, ma soprattutto il gioco libero della fantasia, della passione giovane e vitale.
    “La dodicesima notte”,  chiamata anche “La notte dell’Epifania” (ovvero, della manifestazione) perché dodici sono i giorni che la dividono dal Natale, fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall e forse anche un anno prima, proprio il giorno dell’Epifania.

    © MaritatiAmbientata nell’antica regione  dell’Illiria, racconta una storia di amori e sotterfugi.
    I gemelli Viola e Sebastian, salvatisi da un naufragio all’insaputa l’uno dell’altro, si imbattono nel duca Orsino e nella dama Olivia. Viola, che dopo la presunta perdita del fratello si è camuffata da uomo ed è al servizio del duca, porta a Olivia i messaggi d’amore del padrone, ma quest’ultima si innamora di lei, credendola un lui: dopo una tragicomica serie di eventi arriva una lietissima fine.

    Trama parallela riguarda coloro che popolano la corte di Olivia: il giullare, il maggiordomo, la cameriera, lo zio sir Toby e sir Andrew Aguecheek. Il maggiordomo Malvolio viene beffato dagli altri cinque, che gli fanno credere di essere oggetto di tenere attenzioni da parte della padrona.
    I sentimenti familiari sono esaltati ed accentuati: convivono, come succede nella vita reale, con qualche pregiudizio sul formarsi della coppia  e con  tipologie umane banali e risapute.

    I giovani attori esibiscono tutta la loro bravura e la tecnica appresa nella scuola di recitazione del teatro stabile genovese: padronanza del corpo e dell’articolazione del linguaggio, mimica degna della miglior tradizione. Accanto ai costumi dell’epoca è inserita una musicalità in chiave decisamente moderna, che rende perplessi ma alla fine coinvolge gli stupiti spettatori.
    Elisa Prato

    “La dodicesima notte” di William Shakespeare, al Teatro della Corte fino al 27 novembre.
    Regia di Marco Sciaccaluga. Con  per l’interpretazione di Marco De Gaudio, Michele Maccaroni, Giovanni Annaloro, Mario Cangiano, Francesco Russo, Roberto Serpi, Emanuele Vito, Daniela Duchi, Roxana Doran, Sarah Paone. 

  • Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    tabacca-cascina-ortoUn’antica casa contadina del 1900 immersa in un bosco di castagni in località Campenave, detta “La Tabacca”, a pochi chilometri dalla città, dalle spiagge di Vesima e Arenzano, dal porto di Voltri. Qui si sta realizzando uno dei primi esperimenti in Liguria di progettazione integrale in Permacultura, ideato e gestito dall’associazione ambientalista Terra Onlus, che aveva già promosso nel 2010, sempre nell’area di Vesima, un innovativo progetto di realizzazione di orti sinergici.
    A distanza di alcuni anni dall’inizio della ristrutturazione, Era Superba è tornata alla Tabacca per raccontare l’evoluzione di questo interessante progetto, una delle tante iniziative legate all’innovazione e alla creatività espresse dal territorio genovese.

    La Tabacca, nello stesso tempo azienda agricola e luogo di formazione, è oggi un punto di riferimento fondamentale per la diffusione della permacultura in Liguria.
    Qui sono stati costruiti impianti di fitodepurazione, pannelli solari, orti ad agricoltura sinergica e un forno in terra cruda, e si è posta particolare attenzione anche all’autosufficienza energetica e alla fitoterapia utilizzando a scopo curativo le piante esistenti. Il percorso di progettazione in Permacultura è molto lungo e insegna prima di tutto a tenere conto dei limiti relativi all’ambiente naturale e umano circostante. «I limiti li devi superare ricercando soluzioni che devono essere ecologiche – afferma Giorgia Bocca, referente genovese di Terra Onlus – non basta comprare materiali di bioedilizia. Devi ribaltare il punto di vista, cominciare a ragionare sul processo, sul modo in cui arrivi a costruire la tua casa, sul modo in cui arrivi a questi materiali».
    Terra Onlus ha scelto di privilegiare per la ristrutturazione della Tabacca materiale e legno locale, senza cedere alle lusinghe di un vantaggio economico immediato, ma cercando soluzioni che potessero essere riprese e applicate da altri soggetti.

    tabacca-orto-verdeAlla Tabacca è fondamentale anche l’aspetto educativo e la ricerca di nuove forme di socialità.
    E’ uno dei centri di formazione di Terra Onlus, assieme al Palazzo Verde a ridosso del Porto Antico di Genova. I corsi di Terra Onlus hanno l’obiettivo di recuperare antichi saperi contadini, come fare il pane in casa o realizzare i cesti, a scopo non solo ludico, ma anche di attivazione di nuove prospettive professionali e imprenditoriali. Alla Tabacca, nel periodo primaverile ed estivo, si organizzano campi per bambini e ragazzi, campeggi e corsi formativi più specifici, come quelli sulla fitodepurazione. «Le aziende agricole un tempo erano vere aziende sociali, alle quali contribuiva un’intera famiglia e spesso venivano coinvolte anche le persone vicine», continua Bocca. Ed è questo antico modello di socialità condivisa, fondato sull’armonia fra comunità umana e ambiente, che Terra Onlus propone alla Tabacca, adattandolo alle esigenze del mondo contemporaneo.

    Ai corsi della Tabacca arrivano bambini, persone con un lieve disagio sociale che arrivano grazie a un accordo con la Asl, molti wwofers, persone appartenenti alla rete mondiale W.W.O.O.F che offrono la loro collaborazione volontaria a fattorie o piccole aziende agricole biologiche in cambio di vitto e alloggio.
    Nell’esperienza genovese della Tabacca, Terra Onlus ha scelto la strada non della ricerca di un’autosufficienza tesa all’isolamento dal resto della società, ma della contaminazione, per integrarsi nella realtà esistente in maniera critica e mettere in moto processi e buone pratiche di cambiamento e ripensamento in senso ecologico dell’organizzazione del territorio e della progettazione urbanistica.
    «La finalità dell’insediamento della Tabacca, proprio in mezzo al bosco di castagni – ricorda Giorgia – non è quella di vivere in un mondo ecologico fantastico, ma quella di contaminare, di capire come l’attivazione di nuovi processi può essere recepita, ad esempio, dal territorio e dalla pubblica amministrazione, per lavorare sulle normative. Con alcuni tecnici della provincia, ad esempio, stiamo lavorando sulla normativa per la fitodepurazione».
    E’ una nuova prospettiva, nella quale l’innovazione dal punto di vista agricolo si integra con i principi etici, con la ricerca di una rinnovata socialità e dell’armonia ecologica con l’ambiente naturale e umano circostante.
    Nella Permacultura, i principi etici e le tecniche sono legati in maniera indissolubile. Questo aspetto la rende una filosofia di vita particolarmente utile e preziosa, al di là dello stretto legame con l’agricoltura, in un periodo storico nel quale l’innovazione tecnologica è considerata buona in sé, in maniera acritica, e procede in maniera indipendente da ogni principio e ragionamento etico.

    Dalla Permacultura alla decrescita

    La Permacultura è un modello di progettazione ecologica degli insediamenti agricoli e umani. Nata in ambito agricolo come teoria e tecnica di agricoltura “permanente” e sostenibile ispirata al funzionamento degli ecosistemi naturali, è divenuta una filosofia di vita che abbraccia tutti i temi e i saperi legati al rapporto fra insediamenti umani e ambiente, dall’edilizia all’accesso alla terra, dall’agricoltura alle relazioni sociali.
    Bill Mollisson, l’ideatore della Permacultura, è stato negli anni settanta uno dei primi scienziati a comprendere i rischi di un modello di sviluppo fondato su uno sfruttamento illimitato dell’ambiente. Quasi contemporaneamente uscirono il “Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) e le opere di Nicholas Georgescu Roegen. Una prospettiva affine, più recente, è la teoria della decrescita di Serge Latouche. Talora fraintesa come un invito pauperista alla crescita negativa, questa tesi ci invita a mutare la nostra prospettiva, mettendo in discussione la “fede” acritica nell’idea di crescita e di legame diretto tra Pil e benessere individuale e sociale.
    Molllison comprese la necessità di individuare nuove soluzioni per l’equilibrio dei sistemi biologici fondate su una prospettiva radicalmente ecologica. A partire dal 1981 con l’allievo David Holmgren diede inizio a un’attività formativa mirata che portò alla nascita di accademie di Permacultura nei paesi Europei, fra i quali Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia.
    Nel nostro paese la permacultura è praticata prevalentemente nelle fattorie biologiche e nella rete degli “ecovillaggi” insediamenti ispirati all’autosufficienza economica ed ecologica.


    Andrea Macciò

  • Verde Comune, una mappa digitale dei polmoni di Genova. Dalla Valpolcevera, il progetto di Municipio e Open Genova

    Verde Comune, una mappa digitale dei polmoni di Genova. Dalla Valpolcevera, il progetto di Municipio e Open Genova

    mappa-spazi-verdiUna mappa digitale e interattiva di tutti gli spazi verdi della Valpolcevera. E’ il progetto “Verde Comune” voluto dal Municipio V e realizzato dall’Associazione Open Genova che, da luglio scorso, ha messo online la mappatura dei giardini della zona. «Abbiamo voluto mettere a disposizione dei cittadini una rappresentazione digitale dei giardini pubblici e degli spazi verdi per renderli più vivibili», ci racconta Enrico Alletto, presidente dell’associazione. «Prima di implementare il progetto, ci siamo accorti che molti di questi spazi non erano conosciuti da gran parte degli abitanti della zona».

    Un sito responsive, visibile quindi da ogni dispositivo elettronico, cellulare, tablet e computer, che indica ai cittadini con un semplice click, dove si trovano i giardini, ma non solo. Ne spiega anche le caratteristiche. Gli spazi sono, infatti, suddivisi per zona e per tipologia, con aree verdi e attrezzate. «Se sto cercando un giardino con un’area cani o se voglio sapere se ci sono panchine o quali alberi si trovano in quella determinata area, lo posso sapere attraverso il sito», spiega Alletto

    Ad oggi sono 59 le aree verdi censite, sparse tra i quartieri di Pontedecimo, San Quirico, Morego, ma anche Bolzaneto, Teglia, Rivarolo e Certosa. Un progetto fortemente voluto dalla presidente del Municipio, Iole Murruni, e dal Comune con l’obiettivo di rendere visibile il verde pubblico della Valpolcevera e facilitare molte altre azioni correlate, dall’attività dei volontari alla presenza di eventi e manifestazioni, passando per le manutenzioni e la pulizia.

    «Ogni area – continua Alletto – fa rifermento a un’associazione di volontariato che, oltre a occuparsi della manutenzione di quel determinato spazio, è disponibile a fornire informazioni ai cittadini e non solo. I volontari possono anche inserire all’interno del sito eventuali manifestazioni che intendono realizzare nelle aree indicate nella mappa».

    Il progetto sperimentale, firmato dall’associazione Open Genova, è stato finanziato dal Municipio V Valpolcevera con una somma di 500 euro che equivale alle spese effettive sostenute per la realizzazione del sito. Dopo la prima presentazione dello scorso luglio, il prossimo 17 novembre Open Genova ha organizzato un incontro con i cittadini per confrontarsi e capire che cosa è possibile migliorare non soltanto a livello teorico, ma anche pratico, direttamente sul campo. «L’incontro di giovedì 17 novembre serve sia agli abitanti perché spigheremo loro il funzionamento effettivo dell’applicazione, ma anche a noi perché chiederemo un feedback ai volontari e ai cittadini per migliorare le funzionalità del servizioIl sito è online, ma comunque è in fase di maturazione».

    L’obiettivo, anche in base alla risposta della cittadinanza, è quello di aprire il progetto anche ad altri Municipi, in modo da mappare le intere aree verdi cittadine e renderle disponibili a tutti a prescindere dal quartiere di residenza.


    Elisabetta Cantalini 

  • Pansoti di zucca, un primo piatto tutto genovese

    Pansoti di zucca, un primo piatto tutto genovese

    Pansoti di zucca

    I pansoti di zucca rappresentano un’ alternativa ai classici tortelli di zucca emiliani. Molto delicati ma gustosi, sono adatti per il periodo autunnale. Ecco la ricetta per prepararli.

    Ingredienti per 4-6 persone

    Per la pasta: 450 gr di farina, mezzo bicchiere di vino bianco secco, 2 uova, sale.
    Per il ripieno: 1,5 kg di zucca gialla, 3 uova, 120 di gr ricotta, 100 gr di parmigiano grattugiato, 20 gr di pangrattato, 60 gr di burro, foglie di salvia, olio extravergine di oliva, sale, pepe, maggiorana.

    Preparazione

    Impastate la farina con il vino, le uova, il sale, fino ad ottenere un impasto liscio e compatto (se non gradite il vino sostituitelo con dell’acqua o con un uovo). Lasciatelo riposare per almeno mezz’ora coperto da un canovaccio.

    Nel frattempo mettete la zucca in forno ricoperta da un foglio di alluminio per non farla asciugare troppo e mantenerla morbida e saporita, fatela appena scottare, sbucciatela, togliete i semi e i filamenti interni e tritatela finemente.
    A parte sbattete le uova, unitevi la maggiorana e il sale grosso precedentemente pestati nel mortaio, la polpa di zucca, la ricotta, il parmigiano, il pangrattato e l’olio e mescolate bene.

    Tirate una sfoglia liscia e sottile di pasta, farcitela con il ripieno e ricopritela con un’altra sfoglia sottile ottenendo dei triangoli.

    Lessate i pansoti in abbondante acqua salata: appena cotti, scolateli e conditeli con burro fuso e foglioline di salvia oppure con un ragù di carne.

  • Impianti sportivi, approvato il nuovo regolamento. Concessioni più lunghe e canone “politico”

    Impianti sportivi, approvato il nuovo regolamento. Concessioni più lunghe e canone “politico”

    villa-gentile (9)Approvato in Consiglio comunale il nuovo “Regolamento per l’affidamento della gestione e della concessione di impianti sportivi di proprietà del Comune di Genova”, un testo che andrà a sostituire integralmente il dispositivo attualmente in vigore, approvato nel 2010. Alla base di questo operazione, la necessità di avere un nuovo testo adattato al mutato contesto economico che impone una maggior flessibilità, ma non solo: nel regolamento sono presenti importanti novità che potenzialmente potranno “aiutare” a far sopravvivere le società concessionarie, permettendo agli impianti di restare aperti. Saltano alcuni paletti che determinavano regole fisse per i canoni, e mentre vengono aumentati, anche se di pochissimo, i controlli e le verifiche da parte dell’ente pubblico.

    Tempi più lunghi e canone politico

    Nel nuovo regolamento i termini massimi della concessione vengono innalzati di dieci anni, passando da dieci a vent’anni. Il concessionario, inoltre, se presentasse la necessità di maggior tempo per ammortizzare eventuali costi sostenuti per migliorie dell’impianto stesso o di gestione, potrà richiedere un prolungamento della concessione congrua, ma in ogni caso che non faccia superare il totale di 30 anni. Cade invece il vincolo che legava il canone al mercato: fino ad oggi la scelta del canone base era stabilita dagli uffici tecnici, in base alle quotazioni di mercato; con il nuovo regolamento, il canone base sarà sempre scelto dagli uffici tecnici del Comune, ma potrà essere “suggerito” dalla giunta, in base alla rilevanza dell’impianto e al suo utilizzo sociale. In altre parole, il prezzo sarà oggetto di scelta politica, in base alle contingenze o ad eventuali equilibri di contesto: un dettaglio che lascia qualche dubbio, visto che, certamente potrebbe aiutare a snellire le procedure e permettere agevolazioni ove necessarie per non “abbandonare” strutture e impianti, ma anche può prestare il fianco a eventuali favoritismi o preferenze politiche.

    Attività commerciali e pubblicità

    Nel nuovo regolamento è prevista la possibilità di affiancare all’attività sportiva, esercizi commerciali, come bar o vendita di accessori sportivi (fatta esclusione per articoli connessi al gioco di azzardo, come inserito attraverso un emendamento presentato in aula dalla consigliera di Lista Doria Clizia Nicolella); la ragione di questa novità è quella di dare una chance in più per il sostentamento delle attività in essere, permettendo una offerta di servizi più ampia. Per gli stessi motivi è stata variata la quota massima di spazi pubblicitari utilizzabili dal comune stesso: se nel vecchio regolamento l’ente pubblico poteva utilizzare fino al 100% dei suddetti spazi, con il nuovo regolamento è fissato un tetto massimo del 70%. Anche in questo caso, quindi, il concessionario avrà qualche possibilità in più di ammortizzare la gestione e fare cassa, a discapito dell’ente pubblico.

    Pochi controlli e decadenza per morosità non specificata

    I contratti di concessione, come previsto dal regolamento comunale, avranno dei vincoli a carico del concessionario soprattutto riguardo la manutenzione degli impianti e eventuali adeguamenti strutturali inseriti in fase di contrattualizzazione: nel vecchio regolamento il controllo da parte di Comune di Genova era calendarizzato dopo il terzo, quinto e ottavo anno, mentre con il nuovo testo i controlli saranno fissati almeno ogni due anni, mentre ogni anno dovrà essere predisposta una relazione sullo stato delle strutture, in base ai dati forniti dai concessionari stessi. Sicuramente si poteva fare di più. Anche in questo nuovo dispositivo è prevista la decadenza della concessione dovuta a morosità: il problema è che oggi non è definito il termine, mentre in precedenza bastavano sforare più di tre mensilità; una indeterminatezza che potrebbe generare qualche problema in futuro.

    Norme transitorie retroattive

    Un punto che ha fatto particolarmente discutere in Sala Rossa è la norma transitoria che fa rientrare le concessioni oggi in essere nei nuovi termini temporali: il consigliere De Pietro, M5S, ha provato a modificare la norma, introducendo la valutazione del rispetto dei termini dei contratti di concessione ad oggi in essere. L’emendamento, però, non è stato approvato dall’aula. In questo modo praticamente tutte le concessioni ad oggi in vigore, potranno chiedere la proroga, senza dover ridiscutere il contratto, fino al tetto massimo di concessione dei 30 anni. Una altro punto portato avanti dal gruppo consiliare pentastellato è stato quello di escludere dalle concessioni aree ad uso pubblico esterne agli impianti, come successo a Villa Gentile: l’emendamento, però, dopo aver ricevuto il parere negativo della giunta, è stato respinto.

    Il nuovo regolamento, redatto grazie alla Consulta dello Sport, è senza dubbio più moderno e maggiormente partecipato da municipi e Consiglio comunale. Le società che andranno a gestire avranno delle facilitazioni evidenti: come maggior tempo a disposizione e manutenzioni straordinarie divenute necessarie in corso di concessione a carico del Comune di Genova. Restano alcuni dubbi, come la definizione del canone demandata alle scelte della giunta di turno, e la retroattività di questo nuovo testo, che non premia chi in questi anni ha rispettato i contratti, “scudando” in qualche modo anche chi ha sgarrato o chi è in ritardo. I controlli, inoltre, potevano essere sicuramente aumentati e resi più certi e vincolanti, per evitare le brutture del passato, rimanendo a carico di un ufficio non specifico e troppo saltuari. Con questo nuovo testo Comune di Genova cerca di rilanciare le attività sportive della città, cosa di cui c’è certamente bisogno: lo sport è un grande elemento formativo, che può veicolare tanti valori importanti per la collettività come tenacia, gioco di squadra, fair play; e rispetto delle regole.

    Nicola Giordanella